Opinioni in Corso's Blog

Turbinio di Pensieri Scomposti

Melchiorre Candino, ultimo capo. Crisi e trasformazione di un sistema criminale

Briganti a cavallo by Madè

Briganti a cavallo by Madè

Nello spaccato della tradizione brigantesca, almeno quella che siamo soliti conoscere, tradizionalmente e radicalmente ancorata a diretta conseguenza dell’unificazione, si scorge, quasi come la punta di un iceberg, l’ombra di una netta trasformazione, evoluzione la definirebbe Darwin, in qualcosa di ben più aberrante: la Mafia o Maffia.

“La maffia, scrive l’onorevole Bonfadini, non è una precisa società segreta, ma lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza, diretta ad ogni scopo di male; è la solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l’esistenza e gli agi, non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall’inganno e dalla intimidazione”.

aggiunge poi l’onorevole Franchetti

“unione di persone d’ogni grado, d’ogni professione, d’ogni specie, che, senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico, è un sentimento medioevale di colui che crede di poter provvedere alla tutela ed alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercé il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall’azione dell’autorità e delle leggi”.

Giuseppe Alongi, La Maffia, Sellerio Editore Palermo 1977, pg. 49

Scorrendo la storia del brigantaggio, nello specifico quello consumatosi nelle Madonie e sconfinato sino ai Nebrodi, è possibile individuare con molta facilità quella fase transitoria che vide proprio, nella Maurina prima, nelle altre bande poi, l’adozione ed il conseguente distacco dall’usuale tecnica brigantesca di un nuovo modo di agire, quasi “dignitario”. Esattamente nell’arco di tempo che va tra il 1890 e il 1904 circa, gli avvicendamenti tra i vari capi che, passando dal gregariato, cercavano di costruirsi una carriera, prese una particolare direzione.

“Una realtà che nella sua multiformità appare come cellula primitiva di Cosa Nostra, con una organizzazione criminale che agiva all’interno di un vasto e ramificato contesto relazionale.”

Ivan Mocciaro, Briganti, La Repubblica Palermo, 27 agosto 2009

Melchiorre Candino, ultimo vero capo della Maurina, passò la sua latitanza sulle Madonie dopo che la sua banda, o comunque buona parte di essa, venne trucidata da una pseudo banda rivale i Leanza Leanza di Cesarò. Il suo fu un excursus che lo vide ancora capo incontrastato per parecchio tempo, malgrado si stessero già designando i vari “eredi” alla sua carica. In particolare, secondo un ordine cronologico, il primo a minacciare la sua figura fu Francesco Paolo Varsalona e in seguito il suo erede diretto Gaetano Ferrarello, all’epoca semplice gregario dello stesso Candino. Varsalona fa il suo ingresso sulla scena, in contrasto con gli interessi territoriali di Candino nel 1894, anno della scomparsa dei Maurini a Cesarò e al contempo della presunta formazione di una seconda banda da parte di Candino di cui faceva parte anche Ferrarello.

“Nel 1894 la banda fu pressoché annientata: cinque componenti furono uccisi in un agguato nei pressi di Cesarò […] Candino, dopo qualche anno, costituì una seconda banda, nella quale entrò a far parte il giovanissimo Gaetano Ferrarello di Gangi, elemento di spicco della terza generazione di briganti delle Madonie. La seconda banda di Candino, che fu più stabile e presente sul territorio rispetto alla prima, godette dell’appoggio di baroni e influenti proprietari terrieri della zona”.

Giovanni Nicolosi, I briganti maurini

In realtà sussistono degli elementi che ci porterebbero a pensare che non ci fu una seconda costituzione della banda maurina. Dalla ricostruzione del Nicolosi Salvatore risulta infatti che il Ferrarello, accostatosi nel 1893 alla banda del Candino per un omicidio “passionale”, militò tra le sue fila poco meno di un anno, prima di abbandonarlo a causa di un diverbio sulla spartizione di un bottino e continuare le sue scorrerie in solitaria.

“Uno de suoi gregari, Gaetano Ferrarello, di trentanove anni più giovane (era nato nel 1863), lo abbandonò dopo un diverbio per spartizione di bottino e si mise a briganteggiare in proprio con alcuni soci della zona di Nicosia; in quell’epoca egli era un fuorilegge di primo pelo, con meno di un anno di carriera nello stato di servizio”.

Salvatore Nicolosi, L’impero del mitra, Tringale Editore 1984, pg. 358

Inoltre con chi avrebbe potuto organizzare una seconda banda il Candino, visto ciò che si evince da questo breve profilo.

“La banda di Candino non era molto numerosa: sei o sette gregari in tutto”.

op. cit. pg. 357

Se consideriamo che quattro elementi venivano persi nell’eccidio perpetrato dai Leanza Leanza, Botindari e Giaconia arrestati, e Ferrarello, a rigor matematico, fuori dai giochi da pochi mesi, risulta fallace l’idea di una banda che potesse essere “più stabile e presente sul territorio rispetto alla prima”.

In realtà fu il Candino, dopo essere stato condannato in contumacia, a potersi permettere di passare parte della sua vita latitante, grazie a favori e protezioni di manutengoli entrati “nell’Alta Maffia” (tra questi, un certo Farinella Antonio) prima di “ritirarsi” nella sua masseria sulle Madonie, dove morì quasi ottantenne.

“Candino vive una latitanza ultratrentennale, secondo l’opinione pubblica tollerata << per servizi resi alla Ps>>, foraggiata <<con gli assegni dei feudatari>>”

Salvatore Lupo Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Donzelli Roma 2004, pg. 195

Risulta quindi evidente che più che i fatti, fu la nomea che lo stesso Candino si era creato a mantenerlo capo per il resto dei suoi giorni. Varsalona, come nella più classica tradizione brigantesca, si diede alla latitanza dopo aver ucciso un testimone, troppo accomodante nei confronti degli imputati, al processo contro i presunti assassini del fratello Luigi. Non si contese il territorio delle Madonie con Candino, in quanto il vecchio capo, godendo ancora della fama di “implacabile”, suscitava un certo rispetto. Si divisero il territorio senza crearsi reciproci problemi. È qui che il Varsalona assume la connotazione di “trans – gender“, nell’accezione più brigantesca sia chiaro. Il suo ruolo di brigante viene inficiato dalla tendenza ad un comportamento che sino a quel momento, poco o niente aveva avuto a che fare con i briganti old school.

“Varsalona resterà latitante per più di dieci anni personificando quella che secondo l’ispettore Alongi è la svolta del brigantaggio: l’abbandono del sequestro di persona e l’applicazione all’area interna di una strategia di racket mutuata dalla mafia costiera, con la creazione di una rete comprendente banditi, campieri, contadini e proprietari, con l’esazione di “una nuova specie di sovraimposta fondiaria che permett[a] ai proprietari e gabellotti di muoversi liberamente in campagna […] con la certezza di riacquistare quanto ven[ga] loro rubato da delinquenti estranei alla banda, che vengono inesorabilmente soppressi”.

op. cit. pg.195

Non solo, ma inaugura quella spirale di atteggiamenti che segnerà definitivamente la fine di ciò che d’ora in poi verrà indicato come brigantaggio post borbonico. Per quanto iniziatore, Varsalona non può iscriversi a pieno titolo tra coloro che maggiormente furono i rappresentanti di questa nuova “gestione“ delle proprie attitudini.

“Quando lo scettro di <<terrore delle Madonie>> passò nelle sue mani, attorno al suo capo sbocciò la leggenda. Dopo un Candino spietato e sanguinario (rabbonitosi per ovvie ragioni anagrafiche soltanto negli anni della decrepitezza), dopo un Varsalona calcolatore e diplomatico […] ecco ora venire alla ribalta un Ferrarello pieno di dignità: un <<giusto>> (nella nequizia), un alleato della mafia, un personaggio romanzesco, un eroe che fece da modello (d’altronde inimitabile) alle nuove leve dei reprobi, un campione ossequiato, un patriarca dal nobile aspetto”.

Salvatore Nicolosi, L’impero del mitra, Tringale Editore 1984, pg. 359

Gaetano Ferrarello "il prefetto"

Gaetano Ferrarello “il prefetto” da L’Impero del mitra

Certo il quadro del Nicolosi è quanto mai esaustivo e non certo carente di doviziosa esaltazione della figura del Ferrarello. Quello stesso personaggio che in seguito verrà ribattezzato il prefetto, efficace titolo nei confronti di chi decide le assegnazioni politiche del proprio paese. Forte della capacità di aver governato, è il caso di dirlo, il proprio territorio, dal piccolo paesino di Gangi entro cui risiedeva e forte di aver tenuto banco indisturbato sino a quando il vero prefetto di ferro, Mori non lo stanò dal suo nascondiglio sotto la minaccia di colpirlo negli affetti più cari. Questa amara realtà lascia apparire chiara la distinzione fra il brigantaggio post borbonico dalla sua più becera evoluzione.

Cesare Mori "il prefetto di ferro" da ilpunitoreblog

Cesare Mori “il prefetto di ferro” da ilpunitoreblog

Qualcosa era oramai venuto meno nella figura del brigante “rivoluzionario”. Lo stesso che per dissenso si dava alla macchia come forma di “protesta” contro un sistema che lo rendeva sempre più bieco, anche verso i suoi stessi simili. Tramontato il senso di un codice onorifico, la realtà sembrava essere scandita da un meccanismo preciso di autoregolamentazione. L’idea di uno Stato che governasse anche zone nelle quali non vi era alcuna traccia di esso, dovette sembrare un’assurdità a “nuovi” briganti. Quella figura quasi romanzesca era mutata nell’inestricabile groviglio sistemico di un modello criminale organizzato. Ben più potente. Ben più minaccioso.

Gaetano Barbagallo

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