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Il sorriso dell’ignoto marinaio: i Nebrodi nel risorgimento siciliano

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E in vero su quelle montagne, che ergono le lor creste più di 1400 canne sopra il livello del mare, fra le balze inaccessibili osservansi vasti piani

Il carteggio tra il personaggio de Il sorriso dell’ignoto marinaio, Enrico Pirajno di Mandralisca e il barone Andrea Bivona, offre uno dei più suggestivi panorami letterari riguardanti i Nebrodi. Il romanzo di Vincenzo Consolo, “nebrodese” di nascita, scritto nel 1976, rappresenta uno dei maggiori contributi, alla storia della letteratura siciliana.Il dotto barone Enrico Pirajno di Mandralisca, appassionato di malacologia, fermamente deciso a portare avanti uno studio che lo impegna ormai da parecchio tempo, si diletta alla ricerca di nuovi esemplari. Sui Nebrodi troverà i posti ideali dove condurre le proprie ricerche, dove specie ancora non conosciute aspettano solo di essere catalogate. Attraverso la penna del Mandralisca, Consolo delinea con tratti densi e suggestivi, le fattezze dei paesaggi che gli si parano innanzi,

Le montagne erano nette nella massa di cupo cilestro contro il cielo mondo, viola di parasceve. Vi si distinguevano ancora le costole sanguigne delle rocche, le vene discendenti dei torrenti, strette, slarganti in basso verso le fiumare; ai piedi, ai fianchi, le chiome mobili, grigio argento degli ulivi, e qua e là, nel piano, i fuochi intensi della sulla, dei papaveri, il giallo del frumento, l’azzurro tremulo del lino.”

La bellezza racchiusa nei luoghi che il barone visita e nei quali si perde, è spazio di altrettanti scenari, tra i più sanguinari, che la storia ricordi. Il 17 maggio 1860, il barone di Mandralisca, attraverso la raffinata tecnica manzoniana del racconto detemporalizzato, messa a punto da Consolo, descrive vent’anni più tardi, al suo interlocutore tale Giovanni Interdonato, attivista e sovversivo antiborbonico prima, procuratore generale della Gran Corte di Messina poi, gli episodi di cui si è reso testimone. Uno dei periodi, attraverso cui, per l’ideale della libertà e dell’unità, furono immolati una serie di innocenti che la coscienza comune continua, forse, a minimizzare. La maestosità narrativa di Consolo è pari ad un’altra celebre descrizione dei fatti dell’epoca. Se gli avvenimenti di Bronte, sempre nel Risorgimento, sono accoratamente trasferiti dalla carta al lettore da Verga, in essi manca, forse, quella sostanza della quale si permeano invece quelli di Consolo, l’osservazione diretta del personaggio aggiunge profondità, rispetto alla narrazione esterna. Lo stesso protagonista che a differenza dell’impassibile Don Fabrizio, di Tomasi di Lampedusa, resta attivo nel percepire la durezza di quei momenti che egli vive, fortunatamente, al riparo in un romitorio. I feroci fatti svoltisi attorno al Risorgimento, in particolare ad Alcara Li Fusi, sono lo scenario entro cui narrare i lati più oscuri della vicenda risorgimentale. Protagonisti, quei contadini che, dopo essersi ribellati allo strapotere di alcuni dignitari, si vedono condannati dallo stesso governo che veniva a “liberarli”.

Libertà, solo nominale, nell’omonima novella del Verga, come emerge amaramente dalle parole di uno dei personaggi

dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!…
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Già, i contadini, quegli stessi che “come il rantolo della Sicilia arsa che alla fine di agosto aspetta invano la pioggia”, carne da macello per gabellotti e camice rosse, in virtù di quel , a tratti, machiavellico disegno che fu l’impresa di Garibaldi. Questo Risorgimento che negli ideali comuni doveva rappresentare l’apice dell’Unità, ha imposto un prezzo molto alto alla Sicilia. Quella stessa terra, spesso troppo dimentica, che già in epoca romana aveva inaugurato il sistema dei socii, della sudditanza e non alleanza. Quella Sicilia brava e operosa che non morde la mano di chi l’accarezza, naturalmente votata alla subordinazione, non sembra essere sparita. E quella stessa terra sembra piuttosto riflettersi negli occhi disincantati di Don Fabrizio Salina del Gattopardo, il quale per certi versi, per il gioco delle somiglianze, centrale, nel romanzo di Consolo, rimanda al Barone di Mandralisca.

Uomo potente eppure quasi inerme, o del tutto rassegnato, osserva passargli davanti un evento di portata storica, come preso da un senso di impotenza, o da troppa profondità d’animo, in preda ai sensi di colpa verso la decisione favorevole, durante il plebiscito di Donna Fugata, dell’annessione della Sicilia al Regno Italico. Il barone di Mandralisca al contrario, vive e soffre delle atrocità che gli appaiono dopo la precipitosa fuga al riparo nel monastero di Santo Nicolò, ove per più di quaranta giorni “franto e malato […] per troppo accasciamento“, torna ad Alcara per scoprire gli effetti di quel “disiato” sbarco. È in toni tipici da tragedia, che ne racconta lo spettacolo, attraverso il querulo gorgheggio delle “Madri, sorelle e spose in fitto gruppo nero di scialli e mantelline […] il primo assòlo è quello d’una donna che invoca a voce stridula di testa, il figlioletto con la gola aperta. Madre infelice“.

Un romanzo audace e profondamente ricco di spunti su cui riflettere. Un pezzo di storia che continua a fluttuare nei ricordi di chi ha sentito, nelle sensazioni di chi ha letto, nelle tremolanti ricostruzioni di chi ha vissuto. Non ce ne voglia Consolo se spazio è stato sottratto alla grandezza dell’opera, in favore della polemica e citando un grande della letteratura, “se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, […] ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi credete che non s’è fatto apposta”.

Gaetano Barbagallo

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