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“Il giardino di casa”. Percorsi narrativi sui sentieri dei Nebrodi

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Il giardino di casa (frammenti edizioni, 2010), opera prima dell’esordiente Pino Campo, si affaccia prepotentemente sulla scena della narrazione come un romanzo dal fitto intreccio e dall’efficace trama di fondo. Con un linguaggio semplice, senza artifici linguistici o retorici e attraverso una corretta formulazione ed esposizione graduale dei fatti, ad opera del personaggio principale, tale Pitrinu Nasca, il lettore sorvola, ad ampi tratti, una storia dal retrogusto finemente camilleriano (senza cadere però nella trappola dell’imitazione pedissequa).

Ambientato in Sicilia, in un paesino dei Nebrodi, chiamato Roccadoro, tratta in maniera talvolta parodistica, delle vicissitudini di un 44enne alle prese con le angherie di confinanti poco raccomandabili, un padre iperprotettivo, una moglie particolarmente presente e i ricordi di una vita che lo attanagliano, quasi fossero sempre dietro l’angolo ad aspettarlo. La trama descrittiva è collocata pressapoco ai giorni nostri, alternata con un corretto, malgrado talvolta eccessivamente zelante, utilizzo di flashback che permettono anche al lettore meno avveduto di comprendere e seguire l’evoluzione della storia. La scelta della narrazione in medias res, permette al lettore di ripercorrere a ritroso i fatti sino a dominarli con una visione d’insieme.

La storia, quella di una Sicilia vista attraverso i ricordi in primis, e le vicende di un avveduto “campagnolo” che, tramite la fine arte, “casereccia” in questo caso, del sapersi arrangiare, tipica del mondo agreste, riesce a ribaltare le sorti di una complicata vicenda che, al di là di rarissimi passaggi, poco annoia, generando la giusta dose di suspense. La lettura risulta piacevole, nonostante l’insistenza, a tratti eccessiva e ridondante, sui temi bucolico – pastorali (l’enfasi su “l’anticu chi non sbagghia mai”, quasi un perno ideologico del romanzo volto a significare l’importanza del patrimonio dei “valori” tradizionali, assume, qua e là i caratteri di un mantra alquanto ossessivo):

Anche la quercia aveva, a sua volta, resistito sicuramente alle avversità della vita, pensò. La prova era l’inclinazione del suo tronco, la stessa, precisa, pendenza della torre di Pisa, e la direzione dei suoi rami, il sud. Da quando era una piantina, tenera tenera, la tramontana le aveva dato del filo da torcere; nei lunghi inverni il vento del nord soffia forte in quella zona e un inverno dopo l’altro, concluse, l’aveva costretta a piegarsi verso sud. Si chiese quante primavere aveva contato la quercia dopo aver resistito al vento freddo del nord, piegandosi ma non spezzandosi. […] Desiderò di essere un lottatore tenace, essere forte e caparbio nella vita, per sopravvivere, imitando la quercia, imparando a contrastare anche i venti più forti e le tempeste più cruente con cui ogni uomo, prima o poi, è chiamato a confrontarsi.

Certo siamo ben lontani da quel Verga, che tanto ci ricorda il contesto in cui il romanzo si articola. Sembra di sentire il profumo di quella stessa tenuta di Mazzarò, o delle stesse suggestive immagini in Jeli il pastore e i suoi puledri. Lo stile è completamente diverso. Nessuna tecnica dello straniamento o dell’impersonalità nella descrizione dei fatti, ma la sapiente miscela di livelli di narrazione che permettono all’autore di identificarsi, talvolta, con Pitrinu:

Dalla marotta emergevano solamente le cime più alte dei monti che parevano appesi al cielo – come un quadro ad una parete – colorato di un azzurro intenso. Respirò profondamente, a pieno, per sentire e gustare il sapore di quell’aria mattutina di fine giugno. L’assaporò con estrema intensità trattenendo il respiro per una decina di secondi e poi svuotando, poco a poco, bronchi e polmoni. Era il suo modo di capire anticipatamente che tipo di giornata gli si prospettasse, se positiva o negativa. Una sorta di sesto senso.

Insomma ci sono tutti gli elementi per classificare Il giardino di casa come un’opera rappresentativa nel panorama della narrativa locale. Con abilità si fondono ruoli totalmente dimenticati nella stesura di un romanzo, il protagonista e il suo fedele aiutante, l’antagonista e la bella di turno che spesse volte fa da cornice a questo tipo di rappresentazioni. Un mix perfetto che trova nel finale, particolarmente efficace e sostenuto, la ricetta per un romanzo “tradizionale” o, meglio di “tradizione”.

Gaetano Barbagallo

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