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Turbinio di Pensieri Scomposti

Il brigantaggio in Sicilia. I passaggi di poteri all’interno della Banda Maurina.

Frontespizio articolo del New York Times del 1895

Frontespizio articolo del New York Times del 1895

All’epoca dello storico passaggio di poteri alla Sinistra storica, subito dopo la scomparsa del regno borbonico – in un momento di particolare importanza per la Sicilia dopo le elezioni del 1874 – , sotto il profilo “trasformazionista” di Depretis, il brigantaggio in Sicilia, che aveva tenuto banco sino ad allora, ebbe una battuta d’arresto con l’inizio del processo, presso la Corte d’Assise di Palermo, della famigerata e temuta banda Maurina.

Il ventiquattro luglio del 1878 la sentenza condannava alcuni dei componenti della Maurina – Domenico Botindari, Nicolò Accorsi, Nicolò Zito, Giulio Turrisi, Martino Filippone, Vincenzo Ciraulo e Filippo Palermo – alla pena capitale. La morte di Vittorio Emanuele II, a cui succedette il figlio Umberto I, fornì l’occasione per un’amnistia a tutti coloro che si trovano sotto processo, tra questi anche i maurini appena condannati. La pena venne commutata in ergastolo da scontare ai lavori forzati. Si chiuse così la breve parentesi che vedeva calare un’apparente calma sulle zone, notoriamente “calde”, del versante nord orientale della Sicilia.

Uno dei personaggi di spicco, anche per questioni dinastiche, è sicuramente il Botindari. Già lo zio Domenico, membro – gregario all’epoca del Rocca e Rinaldi, aveva fatto parlare di sé per la ventilata ipotesi che avesse potuto essere l’esecutore, e se non tale, il mandante della morte di Vincenzo Rocca. Giovanni Botindari, nipote, spiega in una lettera pubblica, durante il processo in Corte d’Assise a Palermo, stavolta nel 1894, come la sua vita non avesse preso la piega del brigantaggio sin da giovane, ma che anzi fossero stati fatti fortuiti ma decisamente “fatali” a cambiarne il corso. Dopo essersi sposato a diciannove anni, condusse una vita tranquilla con moglie e figli fino ai venticinque, età in cui vide la propria esistenza cambiare drasticamente. La sorella di Botindari, giovane donna dalle procaci bellezze, era contesa da parecchi giovani del natio borgo di San Mauro. Tra questi un certo Cipriano Manzo ne chiese la mano, divenendone il fidanzato “ufficiale”. Il fratello più vecchio di Giovanni, Mauro, era sposato con una certa Angela Pepe, il cui fratello, Francesco Pepe, si era a sua volta innamorato della contesa sorella del Botindari. Dopo il ritrovamento di una lettera minatoria sul balcone di casa Botindari che recava in calce avvertimenti circa la possibilità, poi non troppo ipotetica, di terribili ripercussioni sulla loro famiglia, qualora si fosse celebrato il matrimonio con Manzo, seguita poi da una serie di altre lettere, Mauro, oltraggiato dal tentativo di rogo ai danni della casa, da parte dei Pepe, sparò alla consorte di Vincenzo, il maggiore dei Pepe, dandosi poi alla macchia nei boschi vicini. Convinto dal fratello Giovanni, a sua volta ingannato dalla promessa delle autorità che il reo non sarebbe stato processato, rientrò in paese, ma venne arrestato e condannato a tre anni. Giovanni protestò e chiese appello al Procuratore del Re a Termini, ma, inascoltato, decise di farsi giustizia da solo, sparando a Vincenzo Pepe, causa dei mali della sua famiglia, e dandosi poi anche lui letteralmente alla macchia. Da quel momento fu conosciuto come il brigante Botindari, della Banda Maurina. Più tardi nella lettera pubblica, si pentirà di non aver ucciso il Pepe in quella circostanza. Una serie di efferati omicidi sono per lui e il “compagno di merende” Giuseppe Leonarda il pane quotidiano sino all’incarcerazione nel 1895. La Banda Maurina, come presumibilmente tante altre bande, non visse un passaggio di poteri ufficiali, basato su un principio dinastico o elettivo, bensì nel più tipico stile brigantesco: la legge del più forte, del più carismatico o semplicemente del più pericoloso, che veniva applicata per la guida della banda. Non sarebbe inoltre da scartare l’ipotesi di varie cellule autonome, che confluivano sotto il nome di Banda Maurina solo in talune occasioni, mentre in altre continuavano le proprie azioni criminali a piccoli gruppi, originari tutti, o quasi, di San Mauro Castelverde.

Un episodio significativo di uno di questi rendez – vous della Banda è sicuramente quello dell’assalto al castello del Barone Spitalieri. Questa operazione vide la partecipazione del Botindari, Leonarda, Candino, Cavoli, Mazzotta, Giaconia, e Ortolano. Durante un’escursione del Barone e del figlio Felice, alla volta di un luogo nelle vicinanze ove costruire una condotta d’acqua, il Barone si accorse della presenza di uomini armati intorno a loro. Non sospettando minimamente che si potesse trattare di briganti, non fece nulla, nemmeno scappare. Gli venne chiesto se fosse lui il Barone Spitalieri, e nel momento in cui rispose di sì fu circondato. Dietro la promessa che nulla gli sarebbe successo se avesse collaborato, padre e figlio furono riportati al castello e venne chiesta per la liberazione del Barone la cifra di 50.000 lire. All’improvviso, mentre i briganti erano intenti a questionare sull’irrisorietà della cifra richiesta, il baronello Felice riuscì a prendere una pistola e ad irrompere nella stanza dove era trattenuto il padre. Uno dei briganti, molto più avvezzo a circostanze del genere, lo ferì di striscio cercando poi di liquidare l’affronto subito, uccidendolo. Fu a questo punto che intervenne il “capo” Candino che non intendeva permettere che qualcosa potesse accadere al Barone, al figlio e alla moglie. Dopo un momento di ribellione del resto della banda, Candino esclamò con rabbia: “Chi oggi verserà una sola goccia di sangue umano, dovrà fare i conti con me”. Indubbiamente questo la dice lunga sul ruolo egemone del Candino il quale, con le sue parole, sortì l’effetto immediato di calmare gli animi. Alla fine, dopo il pagamento del riscatto e la liberazione del Barone Spitalieri, i briganti, evidentemente non paghi del bottino, entrarono in tutte le stanze del castello, sottraendo al Barone ogni avere, per un ammontare di circa 300.000 lire. Partiti dopo aver depredato il depredabile, il Barone ancora scosso dall’accaduto si accorse che uno di questi stava tornando indietro, pensò che fosse tornato per ucciderli tutti, visto che non vi era più nulla da rubare e invece nello stupore generale, si rese conto che il capo della Banda Maurina, Melchiorre Candino, tornava indietro a restituire l’orologio d’oro del Baronello Felice dicendo: “Non prendiamo bigiotteria, è troppo compromettente”.

Rovine del Castello di Poira nei pressi di Paternò dove si sono svolti i fatti del Barone Spitalieri. Fonte sganawa.org

Rovine del Castello di Poira nei pressi di Paternò dove si sono svolti i fatti del Barone Spitalieri. Fonte sganawa.org

In seguito proprio il Botindari e il Leonarda furono riconosciuti dal Barone Spitalieri durante il processo come i due che lo avevano fermato prima del rapimento, per sincerarsi che si trattasse proprio di lui. Venne anche chiesto come avesse fatto a capire che il Candino fosse il capo ed il Barone rispose che “Candino era l’unico ad avere una catena d’argento attaccata alla pistola, mentre tutti gli altri corde di seta nera”.

Botindari e Leonarda furono condannati alla prigione a vita e ai lavori forzati, in isolamento. Il primo riconosciuto colpevole di ventisei distinti e isolati crimini, mentre il secondo ventuno. Il Candino intanto, nell’eremo boschivo nel quale si era rifugiato, vedeva pian piano scomparire il terrore delle Madonie: la Banda Maurina.

Gaetano Barbagallo

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