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Smáfuglar: l’infinito essenziale

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Smáfuglar, del regista islandese Rúnar Runarsson. Una storia come le altre dietro il grande successo di un corto come questo. La quotidianità del vissuto adolescenziale di alcuni ragazzi della periferia islandese, si presta a scenario per il consumo di droga con conseguenze che però non rappresentano la vera forza del film.

Già film, perché malgrado i suoi quindici minuti, è capace di trasportare inesorabilmente lo spettatore, verso un vortice di emozioni dalle quali è difficile staccarsi per ravvisare l’incedere del tempo. L’ambientazione, i volti e i modi di fare dei protagonisti ricordano tanto, troppo forse, il Fucking Åmål di Lukas Moodysson, mentre il girato, la tecnica e la forza espressiva tratteggiano pesantemente uno dei capolavori di Takeshi Kitano: Dolls.

È affidato a Atli Oskar Fjalarsson il compito più difficile, quello di incarnare, attraverso una sensazionale sequenza in cui campeggiano il suo volto, lo sguardo e l’espressione, il perfetto punto focale, il climax dell’intera sequenza. Finora solo “Beat” era riuscito nell’intento. Quella stessa, tragica, perfetta combinazione di sguardi che riescono a comunicare più di quanto un ben articolato dialogo possa saper fare.

La disarmante, innocente e disillusa potenza di uno sguardo. Nell’attimo stesso in cui qualcosa accade, qualcosa suscita, qualcosa irrompe con forza sulla scena. Non c’è bisogno di parole in quanto superflue. Non c’è bisogno di urlare perché è troppo stretto il nodo che si para in gola. Non v’è nemmeno bisogno di piangere, il taglio che lacera il cuore è solo frutto di quello sguardo e in quanto tale effimero.

È amore trasognato, quando la guarda passeggiare sul muretto del molo. È amore incondizionato, quando accetta la discesa agli inferi traghettato dalla ketamina. È amore liliale, ciò che lo spinge ad accettare di restare malgrado quel barlume di coscienza lo induca ad andare. È dramma, quello della scoperta, dell’ipnotica realtà che gli si para davanti. È ieratica impotenza, decifrare la presenza di quei due individui. È meraviglia estatica, puro sentimento, coinvolgimento dei sensi quando le cela la triste realtà, che non esiste più nel momento stesso in cui decide che non è mai accaduta. La sequenza finale è degna dunque più di un semplice riconoscimento: l’estasi della sublimazione dell’eros che non è. L’affondo finale è lasciato allo sguardo, dritto in camera, lo spettatore è fissato in un istante e per un istante è egli stesso il protagonista. Come due corpi inerti, restano sospesi a mezz’aria sostenuti da un invisibile filo, quasi a celebrare la famosa sequenza di Kitano. Specchio di una coscienza a tratti estranea ma allo stesso tempo intima. Quel leggero deglutire, quell’amaro boccone ibernato in un istante infinito, essenziale. Capolavoro.

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Author: Opinioni in corso

Dissertatore Presenzialista. Docente di Lettere e Media victim. Appassionato di social web e blogging.

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