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Capita talvolta di dover prendere delle decisioni nella vita, che in qualche modo, ovvero in maniera del tutto definitiva, possano costare, in termini di “sacrificio”, una vita intera. Quelle stesse decisioni per cui, ci si vede costretti a seguire o no, un determinato stile di vita. Dietro al dubbio ricorrente, all’immane e tragicomica decisione di intraprendere una determinata via, si cela la costante voglia di sicurezza che ognuno di noi, segretamente o apertamente, porta con sè. La paura della mutevolezza della vita, contro la voglia irrefrenabile di un cambiamento sostanziale. Una volta presa la decisione non si torna più indietro, o almeno non ci si prova.  Lessi poco tempo fa, un articolo interessante circa la preoccupazione crescente da parte degli umanisti, a proposito del loro “campo di pertinenza”

But in this new era of lengthening unemployment lines and shrinking university endowments, questions about the importance of the humanities in a complex and technologically demanding world have taken on new urgency. Previous economic downturns have often led to decreased enrollment in the disciplines loosely grouped under the term “humanities” — which generally include languages, literature, the arts, history, cultural studies, philosophy and religion. Many in the field worry that in this current crisis those areas will be hit hardest.

“Although people in humanities have always lamented the state of the field, they have never felt quite as much of a panic that their field is becoming irrelevant,” said Andrew Delbanco, the director of American studies at Columbia University.

fonte: http://www.nytimes.com/2009/02/25/books/25human.html

Se l’eminente New York Times,  si interroga circa la crisi che investendo buona parte del paese, va ad intaccare anche i settori, che potenzialmente, dovrebbero essere meno a rischio, come quello dell’istruzione.  Nell’era Obama, che si è recato presso una scuola di Washington per spiegare l’importanza del sapere, sarà bene preoccuparsi di cosa succede in Italia.

Un dato interessante è quello che in questo ultimo anno, ad un alto indice di diplomati si è contrapposta una diminuizione preoccupante del numero di immatricolazioni all’università.

L’università non attrae più

a picco gli iscritti nel 2009

Nuove immatricolazioni giù del 4,4% mentre sono aumentati i diplomati
Sempre più giovani preferiscono fermarsi e cercare lavoro: 50mila in più in 4 anni
di SALVO INTRAVAIA

L'università non attrae più a picco gli iscritti nel 2009

Immatricolazioni universitarie a picco. In appena due anni, mentre il numero di studenti promossi alla maturità è notevolmente cresciuto, i nuovi iscritti all’università sono scesi del 4,4 per cento. Un calo con il quale dovranno fare i conti i singoli atenei che non sembrano più attrarre i giovani come qualche anno fa.
In Italia, il numero di immatricolazioni all’anno accademico 2008/2009 fa segnare il record negativo degli ultimi sette anni. Secondo il dato diffuso qualche giorno fa dal ministero dell’Università, le new entry di quest’anno toccano quota 312.104. Nel 2006/2007 furono oltre 14 mila in più: 326.384 in totale. Le regioni italiane dove si registra il decremento più consistente sono quelle meridionali: meno 6,6 per cento in un solo anno.

fonte: La Repubblica.it

Sicuramente non sono dati preoccupanti, almeno per tutti coloro che vedendo il proprio settore talmente saturo, trovano notizie del genere, rincuoranti. Ma ciò che bisognerebbe chiedersi, forse, è a cosa vanno incontro quei pochi, che credendo nelle proprie aspirazioni decidono di intraprendere comunque la tortuosa, e il più delle volte poco gratificante nonché poco remunerata, strada del sapere. Che venga esso inteso come mera rappresentazione del sè divenuto o come strumento attraverso cui diffondere ciò che si è appreso, il Sapere sembra costituire oggi, con tali presupposti, un paradossale cul de sac. Gli Studia Humanitatis “[…]che promuovono la dignità dell’uomo, cioè, studi che formano l’uomo nella sua interezza, secondo un ideale classico di armonia tra le facoltà umane”[sic] che fine faranno? Assisteremo un giorno, ad una controtendenza, oppure affindandoci alla fortuna, aspetteremo che i new trends arrivino al punto di stallo e permettano all’uomo di scoprire ciò che realmente conta? Egli Stesso. Ma per fare ciò, è necessario, servirebbe, sapere da dove si viene per capire dove si va. Pleonasmi a parte, un consiglio spassionato di Andrew Keen

What I do know for sure, however, is that academic humanists — especially the younger ones with a bit of life left in them — better upgrade themselves before they get totally swept away by the digital revolution. Their traditional monopoly on wisdom, humanistic or otherwise, is being undermined by the communications revolution of blogs, Facebook & Twitter. Rather than learning to quote Shakespeare or W.E.B. Du Bois, I would advise aspiring humanities scholars to learn how to build their own intellectual brands and distribute their ideas more broadly and relevantly. Just as the death of newspapers is forcing smart young journalists to become self-employed entrepreneurs, so the imminent crisis of academic humanity departments, which will eventually do away with the archaic tenure system, offers a great opportunity to rethink what it means to be a professional educator in the 21st century.

fonte: http://andrewkeen.typepad.com/the_great_seduction/2009/02/digital-humanists.html

E dunque che la Tyche ci assista.

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Author: Opinioni in corso

Dissertatore Presenzialista. Docente di Lettere e Media victim. Appassionato di social web e blogging.

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